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Da Ovidio

A mille porte bussarono

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Simbolo di potenza una quercia e fiero del suo profumo un tiglio, circondati da un basso muro, si trovavano sulle colline di Frigia, non lontano da uno stagno che un tempo era una zona abitata.
E’ l’inizio di una  delle storie raccontate da Ovidio nelle sue Metamorfosi, il capolavoro latino che tratta della storia  del mondo dalle origini fino all’epoca del poeta, tutta incentrata su vicende mitologiche e simboliche. Il tema comune che conclude tutte le storie è il mito della metamorfosi, un mito che risente delle influenze filosofiche del tempo con il merito di offrire anche una lettura di alcuni aspetti della natura umana.
In questo racconto, due vecchi coniugi, Filemone e Bauci vengono trasformati  da Giove in due alberi. Loro avevano chiesto il dono di poter morire nello stesso momento, ma il dio volle fare di più, e renderli in qualche modo anche immortali a  ricordo e testimonianza di quello che aveva avuto da loro. Il grande poeta latino infatti qui non vuole mettere in rilievo la presenza di un grande amore coniugale, lui che aveva dedicato tanti versi all’amore libero,  porta avanti un'altra espressione di amore, quella che forse supera tutte.
Giove e Mercurio un giorno erano venuti sulla terra per conoscere il comportamento degli uomini

Giove e Mercurio

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Travestiti da pellegrini erano arrivati in Frigia senza essere riconosciuti  e quando cercarono un rifugio per riposare,
picchiarono a mille porte chiedendo ospitalità ma trovarono tutte le porte serrate a catenaccio
mille domos adiere locum requiemque petentes,
 mille domos clausere serae.

Solo una  li accolse, per quanto piccola  e coperta da stoppie e canne palustri
tamen una recepit, parua quidem,
stipulis et canna tecta palustri 
Era la capanna dove vivevano Filemone e Bauci, una coppia di  sposi uniti da una lunga vita, molto poveri ma sereni nonostante la loro indigenza.
I due coniugi aprono la loro casa, accolgono i due ospiti e mettono a loro disposizione tutto quello che possiedono cercando anche di renderlo il meno modesto possibile. Puliscono le panca, il tavolo,  attizzano il fuoco, rinfrescano il letto e imbandiscono la tavola con tutte le loro riserve.


Filemone e Bauci

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Nella descrizione del loro affaccendarsi si legge l’intenzione dell’autore nel volere far emergere tutto il valore della accoglienza e della ospitalità .
Fra questi gesti uno, anch’esso narrato con precisione, riveste una rilevanza speciale:
c’era un catino di faggio appeso a un chiodo per il manico curvo, venne  riempito d’acqua tiepida e offerto agli ospiti per il ristoro dei piedi
erat alveus illo
fagineus, dura claua suspensus ab ansa.
is tepidis impletur aquis artusque fovendos
accipit;

La lavanda dei piedi a quel tempo doveva certamente essere una pratica di accoglienza quasi essenziale sia per la natura delle strade che per la precarietà dei calzari, come possiamo riscontrare in altre citazioni storiche.

L’antropologa Ida Magli nel suo libro Gesù di Nazareth presenta il racconto della lavanda dei piedi ( Vangelo secondo S. Giovanni 13, 1-15  ) come il messaggio fondamentale che Gesù voleva lasciare ai suoi discepoli, il momento di dedizione verso coloro che lo chiamavano maestro diventa l’esempio primo di amore verso il prossimo.
La chiesa cattolica ripete questo gesto durante la liturgia del giovedì santo. Oggi a questa procedura non più così essenziale manteniamo il riconoscimento della dedizione all’altro.

Anche sulle vie di pellegrinaggio dei nostri giorni, sul Cammino di Santiago, sulla Via Francigena ci sono ospitali che accolgono i pellegrini  ripetendo la lavanda dei piedi.

Filemone e Bauci, coppia simbolo di un amore coniugale che non si chiude su se stesso e diventa artefice dell’apertura agli altri, furono premiati da  Giove che trasformò la loro casa in un tempio. Chiesero di poter diventare i custodi di quel tempio e così

consunti dagli anni e dall’età, mentre stavano davanti alla sacra gradinata, narrando la storia del luogo, Bauci vide Filemone coprirsi di fronde, e il vecchio Filemone vide Bauci fare la stessa cosa. E mentre sui due volti cresceva la cima, si rivolgevano scambievoli parole, finché fu loro possibile: “Addio amore mio” dissero insieme e insieme la corteccia come un velo coprì i loro volti facendoli scomparire.

Annis aeuoque soluti ante gradus sacros cum starent forte locique
narrarent casus, frondere Philemona Baucis,Baucida conspexit senior frondere Philemon.
iamque super geminos crescente cacumine uultusmutua, dum licuit, reddebant dicta; "uale" que,"o coniunx" dixere simul, simul abdita texit ora frutex.

Lucia Mazzucco




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